La guerra al katakana comincia a scuola

L’articolo originale è stato scritto da Baye McNeil sul sito web del Japan Times. Il testo inglese si trova a questo indirizzo.

La guerra al katakana comincia a scuola

Di McNeil Baye
Speciale del Japan Times
15 dic 2013

Mi ricordo a organizzare una lezione per alcuni studenti del secondo anno delle scuole superiori qualche anno fa. Era tutto un’abitudine ormai; stavo praticamente insegnando la stessa lezione da sei anni filati. Questa volta però, stavo insegnando affiancato da un’insegnante giapponese la quale era nuova alla scuola.

In classe, ho introdotto alcuni vocaboli ai ragazzi. Durante il corso del mio incarico come insegnante di inglese in Giappone, mi ero lentamente e mal volentieri spostato dalla scuola di insegnamento di pronuncia di Samuel L. Jackson (<<Aggiungi ancora quel suono ‘O‘ a ‘BAT‘. Avanti, ti sfido! Ti sfido due volte!>>) ad un’accettazione quasi passiva che, senza del tempo speso oltremare immersi in un ambiente inglese, i miei allievi avevano poca speranza di invertire gli effetti dannosi che il katakana ha avuto sulle loro capacità di parlare.

Il katakana è l’alfabeto giapponese usato per le parole di origine straniera. E due ore al mese spese ad ascoltare il mio accento di Brooklyn non stava andando a compensare le 12 ore al mese spese in lezioni di inglese tenute da un insegnante giapponese che ha usato costantemente il katakana, senza accennare il vivere in un paese sommerso dallo stesso. Così, poco a poco, mi sono arreso a quello che pensavo fosse l’inevitabile e mi sono focalizzato soprattutto sull’insegnamento della grammatica.

Ma questa novella sensei non lo poteva sopportare.

Ho introdotto una nuova parola, esagerando la pronuncia, mostrando loro qualcosa in più sui meccanismi interni della mia bocca, qualcosa alla quale nessuno oltre il mio dentista dovrebbe essere soggetto. Forse due o tre allievi ripeterono correttamente, ma il comportamento degli altri 35 ragazzi comunicava una combinazione di <<Ha capito che siamo giapponesi, giusto?>> e <<È del lavoro dentale scadente quello che abbiamo lì McNeil sensei>>.

Così hanno katakanizzato le mie parole, quasi come se pensassero fossero quello che avevano sentito.

E io, ho lasciato perdere.

Questo è quando la novella sensei si è inserita. Ha rinunciato al programma della lezione e ha cominciato a far esercitare i ragazzi qualche volta in più, spiegandogli, in giapponese, piccoli trucchi di pronuncia che lei stessa aveva appreso nel cammino verso la fluidità.

Lei fece quello che io – col tempo – avevo deciso di fare sempre meno: Si prese il tempo di insegnare effettivamente alla classe come parlare inglese. Io sono rimasto in piedi di lato in uno stato di stupore. Dopo la lezione, mi parlò in privato e mi chiese scusa per aver preso il comando della mia lezione, promettendomi che avremmo sistemato per il tempo perso in un data successiva.

<<Ma ritengo fortemente che il katakana non abbia posto nell’insegnamento dell’inglese. – mi rimproverò – Gli insegnanti inglesi in Giappone non possono permettere che la pronuncia scivoli nel dimenticatoio. E l’inglese katakana è la nostra nemesi nazionale! Senza la capacità di parlare correttamente inglese, il Giappone resterà indietro ad altri paesi in molti campi.>>

La sua passione non solo ha fatto rivivere il Samuel Jackson in me, ma mi ha anche fatto considerare la praticabilità dell’eliminazione del katakana dallo studio della lingua complessivamente.

I prestiti stranieri sono così prevalenti nella comunicazione attuale che un settantunenne della prefettura di Gifu a giugno ha provato a intentare una causa contro l’NHK per lo stress causatogli dall’uso eccessivo fattone dall’emittente nazionale. Società importanti quali Rakuten, Uniqlo e Honda hanno adottato l’inglese come loro lingua ufficiale e il governo ha annunciato dei programmi per cominciare a insegnare l’inglese sin dalla terza elementare entro il 2020.

Per di più oltre al danno che il katakana sta facendo alla pronuncia, una buona parte dei prestiti stranieri non hanno neanche lo stesso significato dei loro equivalenti inglesi – se mai l’hanno avuto. Se qualcuno qui dovesse andare all’estero e dire di vivere in una manshon (マンション “appartamento”), per esempio, potrebbe trovarsi con una serie di spasimanti che lo scaricherebbero appena realizzato che non è il padrone o la padrona della residenza.

Robert Campbell, un professore di letteratura giapponese all’università di Tokyo, dice che traducendo la pletora di suoni inglesi nella più piccola gamma di suoni offerta dal katakana è come “Prendere un migliaio di oggetti e cercare di metterli dentro 100 piccoli cestini”. Non possono proprio andare ad adattarsi. Finirete con l’avere questa enorme ambiguità.

<<Il katakana, tuttavia, serve da sorta di ponte fra le lingue straniere e il giapponese e tira, si può dire, le parole straniere a metà strada, mettendo le parole in suoni che sono simili all’inglese.>>

L’operazione di assistere gli allievi nel resto del percorso attraverso questo ponte ricade spesso sugli istruttori. Che ci piaccia o no, una battaglia è in corso e gli insegnanti sono al fronte a combattere un avversario trincerato.

Ella McCann, un’insegnante del programma Japan Exchange and Teaching (JET) a Chiba negli ultimi due anni, ha un approccio più leggero verso il katakana.

<<Può essere frustrante per me in quanto anglofona madrelingua quando provo a far pronunciare una parola e ottengo quella katakanizzata>> dice McCann. <<Mi abbatte dover enfatizzare come enunciare determinate parole. Ma trovo difficile immaginare che il katakana venga mai eliminato.>>

Victor Boggio, un residente di lunga data, proprietario e operatore di Action!

L’accademia di lingua di Nagoya concorda.

<<Quando la pronuncia è così difettosa che la gente non può capirti, questo ti fa andare verso la fluidità – dice – Ma non penso che questo sia il problema più grande. Gli ostacoli più grandi per i giapponesi per acquistare fluidità in inglese sono gli allievi a cui è stato insegnato che c’è soltanto un modo per dire qualcosa, unito al timore psicologico di fare errori.>>

Gli insegnanti non giapponesi non sono soli in questa battaglia senza esclusione di colpi, le loro controparti native sono nelle trincee con loro. Ma alcuni si trovano in una posizione ambigua quando si arriva al momento dell’uso del katakana nella pronuncia in classe. Spesso la scelta del metodo per gli istruttori giapponesi che insegnano la pronuncia inglese è dura, si trovano a metà tra la scelta dell’uso del katakana come sussidio da una parte e all’avere studenti che si sentono scoraggiati a provare per colpa della mancanza di comprensione dell’alfabeto inglese e delle sue relative pronunce dall’altra. Messi faccia a faccia con questo scenario, molti educatori sceglieranno di optare per il katakana.

Ikui Suzuki, un veterano insegnante d’inglese da 25 anni a Yokohama, crede che malgrado gli svantaggi, il costo dell’eliminazione del katakana dall’insegnamento dell’inglese sarebbe estremamente alto e i bambini ne pagherebbero il prezzo.

<<Penso che neanche usare il katakana sia un buon modo per imparare la vera pronuncia inglese – dice Suzuki – Ma per studenti lenti che non possono leggere affatto l’alfabeto, loro necessitano di vedere le lettere in katakana per partecipare alla lezione. Senza di esse, questi studenti non sarebbero per niente in grado di partecipare.>>

Takahiro Muroda, a sua volta un’insegnante d’inglese a Yokohama, è d’accordo.

<<Non voglio usare il katakana quando sto insegnando ma alcuni allievi non possono leggere in inglese senza di questo – lui dice – Molti allievi giapponesi delle scuole superiori odiano l’inglese perché devono ricordarsi le parole, la grammatica è difficile e devono ottenere dei buoni voti agli esami.>>

Mentre eliminare l’uso del katakana come aiuto alla pronuncia andrebbe a beneficiare le capacità degli allievi giapponesi di comunicare, a causa della sua natura radicata questo non può chiaramente essere raggiunto in una notte. Tuttavia, ancora penso che valga la pena di mettere su un faito (ファイト “lotta”).

Baye McNeil è un blogger, uno scrittore e autore di libri sulla vita in Giappone.
Per ulteriori informazioni, visita il suo sito web www.locoinyokohama.com.
Invia commenti e idee a community@japantimes.co.jp.

 

Grazie a Baye McNeil e al Japan Times per il permesso alla pubblicazione.

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